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ASTENSIONISMO

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LESSICO POLITICO-ELETTORALE

L’astensionismo è una forma di comportamento elettorale al pari del voto (è il voto di chi non vota per dirla con Caciagli e Scaramozzino). È opportuno distinguere concettualmente e operativamente l’astensionismo in senso stretto da quello inteso in senso lato. Per astensionismo in senso stretto s’intende la percentuale di individui che, pur avendo diritto di voto, non si sono recati alle urne ad esprimere tale diritto. L’astensionismo in senso lato comprende anche coloro che si recano alle urne ma votano scheda bianca o annullano deliberatamente la scheda. Questa categoria rientra tra i partecipanti al voto. È stato dimostrato empiricamente, che nei paesi dove il voto è obbligatorio troviamo una percentuale media di votanti superiore rispetto ai paesi in cui il voto non è obbligatorio. Ma, come rileva Battisti, considerare solo la percentuale dei votanti può essere ingannevole in quanto è ipotizzabile che nei paesi in cui vige l’obbligatorietà del voto la percentuale dei voti non validi sia superiore a quelli in cui non c’è l’obbligo di votare. Infatti alcuni elettori disinteressati o avversi alla politica, in quanto costretti a recarsi alle urne allo scopo di evitare delle sanzioni, potrebbero annullare o lasciare in bianco la scheda elettorale. Quindi, quello che effettivamente è importante distinguere è la percentuale di voti validi dagli altri (schede bianche e nulle). A tal proposito, l’astensionismo in senso stretto è misurato dal rapporto tra gli elettori che non si recano a votare e gli aventi diritto al voto mentre l’astensionismo in senso lato (che è l’indicatore da prendere maggiormente in considerazione) è misurato dal rapporto tra gli elettori che non si recano alle urne ai quali vanno aggiunti gli elettori che annullano o lasciano in bianco la scheda e gli aventi diritto al voto.

Possiamo dire che gli astensionisti, dal punto di vista sociologico, sono (con poche varianti da paese a paese) un gruppo di individui con caratteristiche ben precise: basso livello di istruzione, sesso femminile, età molto avanzata o molto giovane, e il non inserimento nella vita socio-economica della comunità. Nell’astensionismo è comunque sempre presente una componente fisiologica, apolitica o involontaria (ad es. impossibilità di votare per impedimento fisico, psichico, cambio di residenza, emigrazione). Altri hanno individuato altre cause che possono essere:

1) individuali: vi rientrano ad esempio l’apatia giovanile (soprattutto degli aventi diritto per la prima volta) che significa non avere orientamento sui problemi politici o comunque scarso interesse per la politica, persone che non si sentono efficaci cioè capaci di influenzare l’esito della competizione, basso livello di istruzione, persone malate, anziane, oppure difficoltà logistiche per raggiungere il seggio;

2) politiche e sistemiche che fanno riferimento: a) al tipo di elezione (presidenziali, politiche, regionali, amministrative), b) alle caratteristiche della legge elettorale (ad esempio l’esistenza o meno del voto obbligatorio, iscrizione automatica o su richiesta nei registri elettorali, giorno feriale o festivo in cui si vota, le varie modalità in cui è possibile esprimere il proprio voto ad esempio in una cabina elettorale situata in un luogo più o meno distante dalla propria residenza, per posta, via internet ecc.), 3) alla natura e struttura del sistema partitico (ad es. in caso di crisi organizzativa dei partiti e dalla loro incapacità di mobilitazione ci sarà un maggiore astensionismo), e dalla presenza di altre forme di partecipazione politica (es. referendum).

I tassi più bassi di astensionismo, con percentuali inferiori al 20%, si trovano in Germania, Austria, Italia, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Malta (con percentuali inferiori al 10%). Tra questi solo in Australia e in Belgio il voto è obbligatorio.

I più alti tassi di astensionismo, con percentuali superiori al 20%, si riscontrano in Finlandia, Spagna, Portogallo, Grecia (nonostante il voto sia obbligatorio), Polonia, Bulgaria, Estonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Russia, Stati Uniti, Svizzera, Francia e Giappone. Negli Stati Uniti la partecipazione al voto non è elevata sia perché l’iscrizione nei registri elettorali non avviene d’ufficio ma su istanza dell’interessato, sia perché si vota nei giorni feriali e inoltre bisogna avere la residenza da un certo numero di anni. In Svizzera si vota pochissimo per le elezioni politiche anche perché sussiste un’altra forma di partecipazione politica senz’altro più incisiva per i cittadini: il referendum.

Riguardo al caso italiano, dal 1979 si ha un andamento decrescente della partecipazione elettorale che ha toccato il suo livello minimo nelle ultime elezioni del 2008. La tendenza è che al Sud si vota meno rispetto alle altre aree del paese. Le Regioni “rosse” sono quelle a più alta partecipazione elettorale, nonostante vi sia minore competitività. I disoccupati, i lavoratori agricoli, gli analfabeti e le donne sono le categorie dove l’astensionismo è più elevato. In Italia, si verifica la sorprendente tendenza che proprio nei collegi marginali si vota di meno. Il nuovo sistema elettorale di tipo misto non ha provocato effetti rilevanti sui livelli e sul tipo di partecipazione.

La causa principale dell’affluenza alle urne e dell’astensionismo rimane il tipo di mobilitazione elettorale: una mobilitazione di tipo subculturale e di appartenenza accresce la partecipazione, mentre quella notabilare e clientelare la inibisce.

Il livello di partecipazione elettorale viene considerato come uno dei principali strumenti per misurare lo stato di salute di un regime democratico. Vi sono due teorie in merito: una “pessimistica” dell’astensionismo e l’altra “ottimistica”. Quella pessimistica ritiene che alti tassi di astensionismo portano ad una perdita di consenso verso la classe politica e del regime politico.

L’altra teoria invece, non ritiene negativo l’astensionismo, anzi rifletterebbe il buon funzionamento e la stabilità del sistema politico e il notevole livello di consenso che avrebbero i cittadini verso il medesimo. Secondo questa tesi, sono proprio gli alti livelli di partecipazione a dimostrare la forte conflittualità ideologica presente in un dato paese. Ma secondo la Tuzzi quest’ultima tesi nel caso italiano, non è accettabile come dimostrato empiricamente che si vota di meno proprio al Sud che è in una situazione economica precaria e assai inferiore rispetto al Nord. Corbetta e Parisi ritengono che in Italia la maggior parte degli astensionisti siano ignavi più che iracondi. Questa tesi è stata confermata recentemente anche da Mannheimer, anche se il medesimo ritiene che la maggior parte degli astensionisti in Italia non siano pregiudizialmente ostili alla politica.

 

Roberto Brocchini

 

Fonti:

 

M. Caciagli – P. Scaramozzino (a cura di), Il voto di chi non vota: l’astensionismo elettorale in Italia ed in Europa, Milano, Ed. di Comunità, 1983.

P. Corbetta – A. Parisi, Smobilitazione partitica e astensionismo elettorale, <<Polis>>, 3, 1994, pp. 423-443.

R. Mannheimer, I perché del non voto, in <<Corriere della Sera>>, 12/5/2001.

G. Pasquino, "Astensionismo", in Dizionario di politica a cura di N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, Torino, UTET, 1990, 1a ed., pp. 60-62.

A. Tuzzi, Ignavi o iracondi? L’astensionismo nelle elezioni politiche in Italia dal 1992 al 1996, in <<Quaderni dell’Osservatorio Elettorale>>, n. 42, dicembre 1999, pp. 5-46.

Ultimo aggiornamento (Martedì 14 Febbraio 2012 18:01)