Ultime notizie

Elezioni presidenziali Corea del Sud 2017

Il 9 maggio si sono svolte, in Corea del Sud, le elezioni presidenziali anticipate in seguito alla decisione del Tribunale Costituzionale di proseguire il processo di rimozione contro Park Geun-hye da parte dell’Assemblea Nazionale (Parlamento monocamerale sudcoreano). Nel frattempo la carica di Presidente è stata ricoperta ad interim dal primo ministro Hwang Kyo-ahn.

L’origine dello scandalo parte da Choi Soon-sil una donna d’affari proprietaria di varie catene immobiliari, amica storica e assistente personale di Park. Choi, che non ricopriva alcun incarico pubblico, nel novembre del 2016 è stata accusata di aver posto in essere un gigantesco sistema di corruzione usufruendo dell’influenza di Park. In particolare, Choi è stata accusata e arrestata per aver ottenuto tangenti da alcune grandi imprese del paese (come la Samsung) per le sue fondazioni. Choi si occupava perfino di scrivere i testi dei discorsi ufficiali di Park. In sostanza, Park era “nelle mani” di Choi.

Le incessanti manifestazioni di protesta di milioni di cittadini sudcoreani in tutte le principali città del paese, sono state la causa delle dimissioni della presidente uscente Park Geun-hye, nonostante le sue reiterate scuse ufficiali.

Park Geun-hye (figlia dell’ex dittatore Park Chung-hee, che prese il potere con un colpo di stato nel 1961 e governò fino al 1979) del Partito Nuova Frontiera (Saenuri, di orientamento conservatore), è stata la prima donna a diventare Capo di Stato in Corea del Sud e la prima ad esserlo in un paese dell’Asia Orientale.

Il 9 dicembre 2016, la presidente Park è stata rimossa dalla carica dall'Assemblea Nazionale con 234 voti a favore e 56 contrari (con sette voti non validi e due astensioni) con l’accusa di corruzione, divulgazione dei segreti di stato e abuso d’ufficio. Il 10 di marzo la Corte Costituzionale ha ratificato (con decisione presa all’unanimità) la destituzione di Park e indetto nuove elezioni.

In virtù dello scandalo, il partito della Presidente uscente ha subìto un crollo dei consensi oltre ad essersi frammentato e tutti i sondaggi davano per scontata un’ampia affermazione del candidato del Partito Democratico (di centrosinistra) Moon Jae-in. E così è stato.

Moon Jae-in, che nelle presidenziali del 2012 fu battuto per un soffio dalla Park, ha ottenuto il 41.09% dei suffragi distanziando di ben 16 punti percentuali Hong Jun-pyo il candidato del Partito della Libertà della Corea (in precedenza Partito Saenuri che significa della Nuova Frontiera) che ha pagato a caro prezzo gli scandali che hanno coinvolto la presidente uscente Park.

Ahn Cheol-soo del Partito Popolare (fondato nel febbraio del 2016, di orientamento centrista), si è piazzato al terzo posto con il 21,42% dei voti. I rimanenti dieci candidati hanno ottenuto una percentuale assai inferiore al 10% dei suffragi. Rispetto alle ultime presidenziali del 2012, si segnala un aumento della partecipazione elettorale di quasi 2 punti percentuali).

Moon Jae-in quando era studente si è distinto per il suo attivismo contro la dittatura di Park Chung-hee. In seguito fu reclutato dalle Forze speciali dove partecipò ad una missione militare. È stato avvocato impegnato nel campo dei diritti umani e civili e in politica estera è strategicamente favorevole alla riunificazione con la Corea del Nord pur nell’ambito del mantenimento del rispettivo sistema economico. Ovviamente si tratta di un obiettivo che richiede tempi lunghi, tuttavia sarebbe di un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi governi il ripristino dei rapporti con i cugini nordcoreani. Si tratterebbe di una ripresa di quella politica di pacificazione (denominata sunshine policy) portata avanti dal predecessore Kim Dae-jung, primo presidente cattolico e Premio Nobel per la Pace che ha combattuto a lungo contro la dittatura nel suo paese.

Da ricordare che in Corea del Sud il Presidente viene eletto con il sistema elettorale del first-past-the-post (si aggiudica la presidenza il candidato più votato al primo turno). Il Presidente dura in carica 5 anni e il suo mandato non può essere rinnovato.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 21 Settembre 2017 15:11)

 

Referendum Costituzionale in Turchia 2017

Domenica 16 aprile, poco meno di 50 milioni di cittadini turchi si sono recati alle urne per votare la riforma costituzionale voluta dal governo guidato dal Partito della Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP, islamico moderato conservatore) in accordo con il Partito Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi – MHP, di estrema destra fortemente nazionalista ed euroscettico). Alcuni parlamentari dell’AKP avrebbero violato la Costituzione dichiarando apertamente il loro voto per il SI alla riforma. La riforma è stata approvata dal Parlamento (Grande Assemblea Nazionale Turca - Türkiye Büyük Millet Meclisi) con 339 voti (6 sono stati i dissidenti del MHP che hanno votato NO). Con 367 voti favorevoli la riforma sarebbe entrata automaticamente in vigore.

La riforma (articolata in 18 punti) prevede l’introduzione della forma di governo presidenziale con la cancellazione della figura del Primo Ministro e il trasferimento dei suoi poteri al Presidente della Repubblica che sarà capo dello Stato e del governo. Il Presidente nominerà gli alti comandi militari, il capo dei servizi segreti e i Rettori delle Università. Ben 12 dei 15 membri della Corte Costituzionale saranno di nomina presidenziale e solo 3 parlamentare. Il Parlamento passerà da 550 a 600 deputati e sarà abbassata a 18 anni l’età minima per potersi candidare e sarà rimossa la condizione di dover frequentare il servizio militare. La durata del Parlamento passa da 4 a 5 anni e le elezioni parlamentari e presidenziali si terranno lo stesso giorno. I decreti presidenziali avranno valore di legge ma se il Parlamento approva una legge sugli stessi argomenti approvati con decreti presidenziali essi diventeranno invalidi e rimarrà valida la legge. Il Parlamento può proporre un'indagine parlamentare nei confronti del Presidente con la maggioranza assoluta dei componenti che può essere avviata solo con la deliberazione dei 3/5 dei componenti a scrutinio segreto. A conclusione delle indagini, il Parlamento può incriminare il Presidente della Repubblica con una maggioranza qualificata dei 2/3 a scrutinio segreto. I provvedimenti del Presidente saranno sottoposti alla revisione dei giudici. Il Presidente o 3/5 membri del Parlamento possono decidere di andarer ad elezioni anticipate. In tal caso, il Presidente decade dalla carica e può ricandidarsi nuovamente. Le nuove elezioni saranno sia presidenziali sia parlamentari.

I due partiti favorevoli alla riforma ritengono opportuno dare maggiore stabilità ai governi al fine di risolvere più efficacemente i vari problemi politici (terrorismo in primis). Tutti gli altri partiti, a cominciare dal Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – CHP, socialdemocratico, kemalista) e dal Partito Democratico dei Popoli (Halkların Demokratik Partisi – HDP, socialdemocratico e filo curdo) si sono fermamente opposti alla riforma denunciando una deriva autoritaria del presidente Erdoğan.

Dopo una campagna elettorale serrata svoltasi in un periodo di emergenza stabilito con decreto presidenziale dopo il fallito colpo di Stato (presunto) del luglio del 2016, i Si (in turco evet) alla riforma hanno prevalso di stretta misura sui NO (in turco hayir).

I principali partiti d’opposizione (CHP e HDP) hanno accusato il governo di brogli. Il vicepresidente del Chp Bulent Tezcan ha affermato: “C'è un solo modo per uscire fuori da questa situazione ed è che la Commissione elettorale annulli le elezioni. Sono state considerate valide schede non vidimate e non era mai successo prima. In più per mezz'ora agli scrutatori dell'opposizione non è stato permesso l'accesso ai seggi quando sono state aperte le urne. Il voto è stato pubblico ma il conteggio è rimasto segreto”. L’OSCE ha dichiarato che sono stati violati gli standard internazionali minimi di democraticità.

Favorevoli e contrari alla riforma

voti in valori assoluti

% voti

 

SI (EVET)

25.156.860

51,41

 

NO (HAYIR)

23.777.104

48,59

 

Voti validi

48.933.964

100,00

 

Elettori

Votanti

Votanti in %

Voti validi in %

Schede non valide

Schede non valide in %

58.366.647

49.799.010

85,32

83,84

865.046

1,48

Con l’approvazione della riforma, Recep Tayyip Erdoğan sembra aver allontanato quasi definitivamente la Turchia dal kemalismo e dalla prospettiva di un ingresso nell’UE.

Ad ogni modo, la riforma entrerà in vigore in maniera integrale solo a partire dalle prossime elezioni del 2019 dove l’elezione del Presidente e per il rinnovo del Parlamento si terranno sempre contemporaneamente.

Altra ipotesi è che Erdoğan potrebbe sciogliere immediatamente il Parlamento, in virtù del successo referendario e della debolezza di alcune delle forze d’opposizione, in particolare dell’MHP che ha subìto forti divisioni interne proprio a causa del referendum. In virtù della riforma costituzionale, Erdoğan potrà mirare a restare in carica fino al 2029, visto che dal 2019 il conteggio dei mandati presidenziali verrà azzerato, e pertanto quello attuale non verrà preso in considerazione all’interno del limite di due mandati previsto dalla Costituzione stessa.

Tuttavia, sarà interessante vedere gli sviluppi dato che quasì la metà dei cittadini turchi si è espressa contro la riforma.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 17 Aprile 2017 14:09)

 

Tra Italicum e Italichellum: il nostro Paese e le leggi elettorali

Tra Italicum e Italichellum: il nostro Paese e le leggi elettorali

Intervista a Roberto Brocchini, scienziato politico esperto di sistemi elettorali. Assistente universitario a Pisa dal 1997 al 2004, Brocchini ha collaborato con il Centro Italiano Studi Elettorali diretto dal prof. Roberto D’Alimonte. Oggi è autore di un sito, archivioelettorale.it, dove, costantemente aggiornati, sono inseriti i risultati elettorali italiani ed internazionali, oltreché i vari sistemi elettorali

di Gaia Cacace
su Twitter @gaia_cacace

La sentenza della Corte Costituzionale dello scorso 25 gennaio ha stabilito la incostituzionalità di una parte della legge elettorale in vigore, il c.d. Italicum, nella fattispecie riguardo al ballottaggio. Ritiene che un sistema come l’Italicum, prima che venisse bocciato parzialmente dalla Consulta, miri ad una bipolarizzazione del sistema possa essere adatto alla politica italiana o che, invece, attui una forma eccessivamente distorsiva della realtà? Insomma, è sempre da preferire, come in molti nel dibattito politico odierno asseriscono, una minore rappresentanza e una maggiore governabilità (e fino a che punto è vero che esse sono collegate) ed è stato davvero questo il problema dell’Italia negli anni? Perché, secondo Lei, ci sono stati come la Svezia o la Danimarca che adottano sistemi ultraproporzionali nei quali sorgono (spesso) governi di coalizione perfettamente stabili?

A mio modesto parere, l’Italicum non credo fosse adatto per il sistema politico italiano. L’Italicum prevedeva il superamento della soglia del 40% dei voti al primo turno per poter conquistare il premio di maggioranza pari al 55% dei seggi. Se nessuna lista raggiungeva tale soglia, ci sarebbe stato il turno di ballottaggio tra le prime due e il premio di maggioranza sarebbe “scattato” indipendentemente dalla partecipazione elettorale. Pertanto, sarebbe stato foriero di effetti distorsivi perché poteva accadere che una lista con il 30% dei voti al primo turno potesse ottenere il 55% dei seggi. È pur vero, come ha sottolineato il prof. D’Alimonte, che bisogna considerare il secondo turno come un turno a sé ma sussiste pur sempre l’ipotesi di una scarsa partecipazione alle urne soprattutto in questo periodo di elevata disaffezione per la politica. Tuttavia, anche accettando il meccanismo del premio sarebbe stato opportuno, per dare maggiore legittimità al sistema, di stabilire un quorum minimo di partecipazione ad es. del 60% degli aventi diritto che in caso di mancato raggiungimento avrebbe fatto “scattare” l’applicazione della ripartizione proporzionale tra tutte le liste. Quindi, alla fine l’Italicum avrebbe prodotto effetti assai distorsivi e, sicuramente, inaccettabili sulla rappresentanza (anche per la presenza di candidature degli stessi capilista fino a 10 collegi e della loro facoltà di scelta nel caso in cui risultassero vincitori in più di uno) e un ulteriore deterioramento del rapporto tra società civile e sistema dei partiti.
A mio avviso, nell’attuale scenario politico italiano caratterizzato da una grave crisi politica, economica e sociale sarebbe preferibile una maggiore dose di rappresentatività. Pertanto un sistema elettorale dovrebbe essere inclusivo, ossia incentivare la partecipazione di tutti i cittadini ai quali dovrebbe essere garantita l’elezione dei propri rappresentanti politici. D’altra parte la parola votare deriva da voto, ossia da “sacrificio”. Pertanto è giusto che tale “sacrificio” sia in qualche modo ripagato nell’interesse collettivo.
In merito al rapporto tra rappresentanza e governabilità, non è sempre detto che vi sia un rapporto inverso. Intanto bisogna distinguere la stabilità, ossia la durata dei governi, dalla governabilità ossia la capacità di produrre atti normativi utili per risolvere la crisi del paese. A mio avviso, non è detto che una lista che abbia la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento garantisca la governabilità in quanto potrebbe essere divisa in correnti al proprio interno che potrebbero per l’appunto paralizzare l’attività legislativa. E d’altro canto, non è detto che un governo di coalizione sia necessariamente meno efficiente di un governo monocolore.

Il parlamento svedese

In merito alla Svezia e alla Danimarca, si tratta di paesi di elevata cultura civica con bassisimi livelli di corruzione che hanno un efficiente welfare state e che investono molto in sanità, istruzione e politiche sociali. In Danimarca, nonostante che il sistema elettorale quasi puro (vi è una soglia del 2% a livello nazionale) consenta il multipartitismo, il sistema politico è riuscito a garantire la stabilità e la governabilità attraverso la formazione di governi di minoranza che non necessitano di presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia iniziale. In Svezia, si applica un sistema elettorale proporzionale quasi puro corretto da una soglia di sbarramento del 4% a livello nazionale. Rispetto al caso danese i governi hanno una maggiore durata e il sistema partitico è meno frammentato.

Crede che la legge ora in vigore, che preserva il premio di maggioranza al 40% e i capolista bloccati, necessiti di modifiche, considerando anche le differenze di elezione tra Camera e Senato, o crede si possa andare al voto senza toccarla? La ritiene una buona legge?

La sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha prodotto quello da me ribattezzato Italichellum, termine macedonia che deriva dalla fusione di Italicum e Consultellum. Poiché sono rimasti in vigore alcuni elementi basilari come il premio di maggioranza e le candidature multiple.
A mio parere per la legge in vigore sarebbero auspicabili delle modifiche per uniformare l’elezione di Camera e Senato. Partendo dalla struttura della votazione, sarebbe auspicabile che le candidature multiple dei capilista venissero eliminate in quanto attribuiscono troppo potere ai vertici dei partiti oltre ad essere distorsive della volontà di scelta effettiva dell’elettore. Estenderei le due preferenze di diverso genere anche per l’elezione dei senatori.
Dal momento che i sistemi elettorali sono il frutto di un compromesso tra le forze politiche, riterrei politicamente opportuno estendere anche per il Senato il premio di maggioranza al raggiungimento del 40% dei voti validi a livello nazionale. Tuttavia sussiste sempre teoricamente il rischio che in una delle due camere non venga raggiunto. Inoltre, la soglia di sbarramento dovrebbe essere uniformata al 3% a livello nazionale per Camera e Senato e non dovrebbe essere applicata nel caso di raggiungimento della soglia del premio di maggioranza per evitare un eccesso di disproporzionalità complessiva. Inoltre, estenderei il sistema della lista unica anche al Senato in modo da incentivare le aggregazioni tra le forze politiche le quali non saranno certamente d’accordo.

 

Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e promotore dell’Italicum (fonte immagine: trumpeth.com)

Sappiamo che anche all’interno dei sistemi proporzionali vi sono molte differenze, che la formula elettorale adottata può essere più o meno proporzionale e avere degli effetti largamente maggioritari (è il caso della Spagna o della Grecia). A suo avviso, tenendo presente che un sistema elettorale deve essere adatto alla realtà che rappresenta, ne esiste uno, magari europeo, che è più apprezzabile di altri in via del tutto ideale? E può dircene le ragioni?
La Spagna e la Grecia applicano per l’elezione dei propri deputati sistemi elettorali proporzionali con effetti maggioritari. In Spagna per la presenza di circoscrizioni di dimensioni ridotte, in Grecia per effetto del bonus dei 50 seggi che spetta al partito di maggioranza relativa, oltre che per le soglie.
Il sistema elettorale tedesco, a mio parere, rappresenta “il meglio dei due mondi” cioè del principio maggioritario e di quello proporzionale. Molti lo definiscono proporzionale per i suoi effetti, ma in realtà è un sistema misto in quanto i partiti selezionano metà candidati nei collegi uninominali dove si applica il maggioritario semplice (vince chi ottiene un voto in più del secondo arrivato) e l’altra metà in liste di partito. Tra l’altro chi conquista un collegio uninominale ha diritto a mantenerlo anche se non viene raggiunta la soglia (del 5% a livello nazionale o di 3 seggi uninominali) per la partecipazione all’assegnazione dei seggi che avviene con metodo proporzionale. Nel “modello” tedesco è prevista una selezione mista nell’elezione dei rappresentanti e un sistema puramente proporzionale nell’assegnazione di tutti i seggi alle liste. Quindi, dà potere all’elettore nella scelta dei propri rappresentanti e al tempo stesso è un sistema che pur rappresentando equamente i rapporti di forza tra i partiti politici presenta misure idonee ad evitare una eccessiva frammentazione.

Per l’Italia questo non è un momento politicamente facile: il Pd che va verso una scissione, la costituzione di una nuova forza partitica (Sinistra Italiana), la morte di Sel e la crisi nel Movimento 5 Stelle creano turbolenze e terremoti continui. A suo avviso, quale potrebbe essere la scelta migliore per il paese? Un sistema più o meno proporzionale, maggioritario o misto? E simile a quello di quali altre realtà?
Ripeto che vedrei molto bene il modello tedesco, magari un po’ rivisitato, per caso italiano, magari introducendo una soglia di sbarramento del 4% dei voti validi a livello nazionale. Credo sia una misura di buon senso stabilire che un buon sistema elettorale dovrebbe dare effettivo potere agli elettori nella scelta dei propri rappresentanti togliendolo ai vertici dei partiti. Questo potere si dovrebbe concretizzare soprattutto nella possibilità di attribuire all’elettore almeno un voto di preferenza in un quadro di liste di partito “corte” in modo che possa preventivamente conoscere i candidati. Non sono assolutamente d’accordo alle candidature plurime dei capolista nei collegi uninominali. Inoltre non sono d’accordo con quei cattedratici che sostengono che il voto di preferenza produca corruzione. A parte il fatto che con un adeguato meccanismo di controlli la corruzione può essere abbattuta, c’è da sottolineare come i paesi scandinavi, che hanno i più bassi tassi di corruzione al mondo, hanno tutti il voto di preferenza nella scelta dei rappresentanti.
Lo sbarramento ritengo sia obbiettivamente una misura necessaria per evitare una eccessiva frammentazione del sistema partitico che, come lei stessa ricordava, è in via di destrutturazione per possibili ulteriori scissioni. Tuttavia i seggi dovrebbero essere ripartiti a livello nazionale con metodo D’Hondt al fine di avere effetti sostanzialmente proporzionali nel rapporto seggi e voti ottenuti dai partiti che superano la soglia. Quindi il modello tedesco darebbe potere al cittadino elettore nella scelta dei propri rappresentanti e rispetterebbe il principio dell’equità rappresentativa nell’assegnazione dei seggi. Inoltre, favorirebbe le aggregazioni dei partiti e rappresenterebbe un ostacolo al processo di destrutturazione per la presenza dei collegi uninominali e della soglia di sbarramento.

Maria Elena Boschi, promotrice della riforma costituzionale bocciata lo scorso 4 dicembre, e Matteo Renzi (fonte immagine: lanazione.it)

Molti in questi anni ritengono che il senso della democrazia stia nella diade vincente/perdente e che essa si esaurisca al momento elettorale. Da qui la pressione di alcuni politici verso creazioni di premi di maggioranza che danno certa governabilità. Ma un ragionamento di questo tipo, unito allo sradicamento dei partiti dalla società civile, può essere dannoso, secondo Lei, al regime democratico? Possiamo considerarlo uno degli elementi costitutivi di quella che viene definita post-democrazia?

Importanti accademici paventano il rischio di votare con una legge elettorale che non darà né vincitore, né un governo. Il premio di maggioranza indica la quota di seggi legalmente assegnati, in aggiunta a quelli spettanti in base al solo calcolo proporzionale, ad un partito o ad una coalizione che abbiano superato una certa soglia di voti o di seggi, in modo da garantire ad essi la maggioranza in Parlamento. È un’invenzione italiana (vedi legge Acerbo del 1923, legge Scelba del 1953, legge Calderoli del 2005 e legge, cd. Italicum, del 2015). Di queste 3 solo la Legge Scelba (definita legge truffa) assegnava il 65% dei seggi alle liste che avevano raggiunto la maggioranza assoluta (ossia il 50%+1 dei voti validi). Per le altre bastava una maggioranza inferiore. Ad ogni modo si tratta pur sempre di un’alterazione eccessiva del principio di proporzionalità.

In democrazia, a mio avviso, non è che si debba vincere per dire semplicemente “ho vinto” magari rappresentando solo una minoranza del corpo elettorale. Pertanto, chi vince ha l’onore e l’onere di governare nell’interesse collettivo mettendo mano seriamente ad alcuni fondamentali problemi che assillano il nostro paese (evasione fiscale, corruzione, mercato del lavoro, politiche sociali, gestione dell’immigrazione, tutela dei prodotti agricoli italiani etc.). Semmai il problema è convincere, ossia vincere assieme, in modo che i partiti anche di differente posizionamento ideologico (sempre che si possa parlare di ideologie al mondo d’oggi) possano trovare un accordo su alcuni punti programmatici fondamentali di interesse generale. Questo affinché i cittadini possano avere delle risposte dai loro rappresentanti.
La Spagna, nonostante negli ultimi anni sia stata caratterizzata da governi instabili, è migliorata nelle sue performance economiche. A mio parere, il problema non sono i governi di coalizione in sé, ma quello che producono nell’interesse della collettività. Quindi, sarebbe auspicabile includere più che escludere anche perché, come Lei ha ricordato, il livello di “scollamento” tra società civile e istituzioni ha raggiunto livelli di notevole pericolosità. Moltissimi cittadini non hanno più fiducia nei partiti che non sono più in grado, da molti anni, di svolgere quel ruolo di intermediazione necessario tra società civile e istituzioni politiche. In sostanza, le oligarchie partitiche sono spesso autoreferenziali, ben distanti dai bisogni reali delle persone e questo rappresenta un elemento negativo di quella che viene definita post-democrazia. Da qui il rafforzamento dei partiti di orientamento populista (definiti talvolta impropriamente razzisti e xenofobi) che, pur nelle loro differenze, hanno in comune il riconoscere la presenza di un nemico del popolo (che per i populisti rappresenterebbe la parte sana): ossia l’oligarchia politico-finanziaria al potere corrotta e corruttrice.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 10 Aprile 2017 11:46)

 

Sistema elettorale francese

Dati geopolitici (www.globalgeografia.com)

Forma di governo Repubblica a sistema politico misto (definita anche semipresidenziale)                                                                               
Superficie 551.695 Km²
Popolazione 63.698.000 ab. (2013)
64.513.000 ab. (stime 2016)
Densità 117 ab/Km²

Dipartimenti d'Oltremare Guadalupa (1.628 Km², 410.000 ab.)
Guyana Francese (83.534 Km², 268.000 ab.)
Martinica (1.128 Km², 393.000 ab.)
Mayotte (376 Km², 233.000 ab.)
Riunione (2.512 Km², 830.000 ab.)
Collettività d'Oltremare Polinesia Francese (4.167 Km², 274.000 ab.)
Saint Barthélemy (24 Km², 9.300 ab.)
Saint Martin (54 Km², 35.600 ab.)
Saint Pierre e Miquelon (242 Km², 6.300 ab.)
Wallis e Futuna (142 Km², 11.800 ab.)
Collettività sui generis Nuova Caledonia (18.576 Km², 277.000 ab.)
Altri territori disabitati Clipperton (1,7 Km²)
Terre australi ed antartiche (Isole Saint-Paul ed Amsterdam, Isole Crozet, Isole Kerguelen, Isole Sparse nell'Oceano Indiano e Terra Adelia - in Antartide) (7.677 Km², 439.677 Km² includendo la Terra Adelia)

Capitale Parigi (2.230.000 ab., 10.870.000 aggl. urbano)
Moneta Euro
Indice di sviluppo umano 0,888 (22° posto)
Lingua Francese (ufficiale), Alsaziano, Bretone, Catalano, Corso, Gallo, Occitano (regionali)
Speranza di vita M 79 anni, F 85 anni

 

La Francia è una Repubblica a sistema politico misto (semipresidenziale) con un Presidente della Repubblica eletto direttamente per 5 anni con il majority system double ballot. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 50%+1 dei voti validi. Nel caso non venga raggiunta la suddetta maggioranza si svolge un secondo turno di votazione tra i primi due candidati votati. Non è consentito svolgere le funzioni di Presidente per più di due mandati consecutivi.

Dal 1958 al 2002 la durata del mandato era di 7 anni rinnovabili senza limitazioni[1]. L’elettorato passivo è fissato a 23 anni.

Il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro condividono il potere esecutivo con netta prevalenza del Presidente nel caso in cui abbia una maggioranza in Parlamento. La riforma dell’elezione presidenziale ha lo scopo di evitare casi di coabitazione[2] facendone coincidere il mandato con quello dell’Assemblea Nazionale.

In Francia, per l’elezione dell’Assemblea Nazionale (Camera bassa), viene applicato un sistema elettorale maggioritario (majority system double ballot) a doppio turno fin dal 1958[3] (tranne le elezioni del 1986 svoltesi con il sistema proporzionale[4]) in collegi uninominali. Hanno diritto di voto e di candidarsi i cittadini che abbiano compiuto 18 anni. Dei 577 seggi, 556 sono assegnati alla Francia Metropolitana, 10 ai Dipartimenti d’Oltremare e 11 ai cittadini francesi residenti all’estero.

Un candidato viene eletto al primo turno se ottiene: a) la maggioranza assoluta dei voti espressi, b) un numero di voti uguale ad almeno 1/4 degli elettori iscritti (cioè il 25%); al secondo turno è sufficiente la maggioranza relativa. Inoltre è presente uno sbarramento del 12,5% degli aventi diritto per l'accesso al secondo turno. Ciò comporta che tale soglia è tanto maggiore quanto maggiore è il tasso di assenteismo[5]. Se in un collegio elettorale solo un candidato raggiunge il 12,5% dei voti è consentita la partecipazione al secondo turno anche al candidato arrivato secondo; se però quest'ultimo si ritira in favore del primo, non è consentita l'ammissione di un terzo candidato. Se invece nessun candidato ottiene il quorum prestabilito, sono ammessi al secondo turno solo i primi due candidati. Non sono ammesse candidature plurime.

Al fine di garantire la parità di genere (uomini e donne) nelle candidature, è stabilito che se un partito candida in misura superiore del 2% un genere rispetto ad un altro perde una parte di finanziamento pubblico.

Attualmente il sistema partitico è formato dalle seguenti principali formazioni politiche: Les Républicains (di orientamento liberal conservatore), Parti Socialiste (di orientamento socialdemocratico), Front National (di orientamento populista di destra, fortemente euroscettico).

Tab. 1 – Il sistema elettorale francese dal 1945 ad oggi.

Anni e numero di elezioni

Formula elettorale

Grandezza media della circoscrizione

Numero delle circoscrizioni

N° complessivo di seggi

Struttura della votazione

1945-50 (3)

D’Hondt

5,33

102

544


1951-56 (2)

Majority/D’Hondt[1]

4,94

95

544

Vi è un unico voto per gli elettori che votano in aree distinte. Dal punto di vista dell’elettore il sistema è maggioritario/proporzionale o proporzionale (circ. Parigi)

Hare (Parigi)

9,38

8

1958-62 (2)

Majority (two round system)[2]

1


546+465


1967-81 (5)

Majority (two round system)[3]

1


487-487-490-491-491


1986 (1)

D’Hondt

6,01

96

577

Lista bloccata

1988-2012 (6)

Majority (two round system)[4]

1

577

577


 

 


[1] In ogni circoscrizione, la lista (o l’apparentamento di liste) che ottiene la maggioranza assoluta di voti si aggiudica la totalità dei seggi. Se nessuna lista (o apparentamento di liste) raggiunge la maggioranza assoluta di voti, i seggi vengono assegnati proporzionalmente tra le varie liste col metodo D’Hondt. Cfr. A. Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale, Bologna, Il Mulino.

[2] Un candidato viene eletto al primo turno se ottiene: a) la maggioranza assoluta dei voti espressi, b) un numero di voti uguale ad almeno 1/4 degli elettori iscritti (cioè il 25%); al secondo turno è sufficiente la maggioranza relativa. Inoltre è presente uno sbarramento del 5% degli aventi diritto per l'accesso al secondo turno. Se in un collegio elettorale solo un candidato raggiunge il 5% dei voti è consentita la partecipazione al secondo turno anche al candidato arrivato secondo; se però quest'ultimo si ritira in favore del primo, non è consentita l'ammissione di un terzo candidato. Se invece nessun candidato ottiene il quorum prestabilito, sono ammessi al secondo turno solo i primi due candidati.

[3] Un candidato viene eletto al primo turno se ottiene: a) la maggioranza assoluta dei voti espressi, b) un numero di voti uguale ad almeno 1/4 degli elettori iscritti (cioè il 25%); al secondo turno è sufficiente la maggioranza relativa. Inoltre è presente uno sbarramento del 10% degli aventi diritto per l'accesso al secondo turno. Se in un collegio elettorale solo un candidato raggiunge il 10% dei voti è consentita la partecipazione al secondo turno anche al candidato arrivato secondo; se però quest'ultimo si ritira in favore del primo, non è consentita l'ammissione di un terzo candidato. Se invece nessun candidato ottiene il quorum prestabilito, sono ammessi al secondo turno solo i primi due candidati.

[4] Un candidato viene eletto al primo turno se ottiene: a) la maggioranza assoluta dei voti espressi, b) un numero di voti uguale ad almeno 1/4 degli elettori iscritti (cioè il 25%); al secondo turno è sufficiente la maggioranza relativa. Inoltre è presente uno sbarramento del 12,5% degli aventi diritto per l'accesso al secondo turno. Se in un collegio elettorale solo un candidato raggiunge il 12,5% dei voti è consentita la partecipazione al secondo turno anche al candidato arrivato secondo; se però quest'ultimo si ritira in favore del primo, non è consentita l'ammissione di un terzo candidato. Se invece nessun candidato ottiene il quorum prestabilito, sono ammessi al secondo turno solo i primi due candidati.

 

 


[1]Da notare che nelle prime elezioni presidenziali della Quinta Repubblica, il Presidente è stato eletto da un collegio elettorale di circa 80.000 grandi elettori composto da parlamentari, consiglieri generali e rappresentanti dei consigli municipali. Sarà l'unica elezione indiretta in quanto con il referendum del 1962 verrà introdotta l'elezione a suffragio universale del Presidente della Repubblica.

[2]La coabitazione di Presidente della Repubblica e maggioranza parlamentare di diverso orientamento politico, si è avuta finora nella storia della V Repubblica tre volte di cui due nei periodi della Presidenza Mitterrand del Partito Socialista: nel periodo 1986-88 (con Primo Ministro Chirac del Raggruppamento per la Repubblica) e nel periodo 1993-95 (con Primo Ministro Balladur del Raggruppamento per la Repubblica). Una con la Presidenza Chirac nel periodo 1997-2002 (Primo Ministro Jospin del Partito Socialista).

[3]Il maggioritario a doppio turno era già stato applicato nella III Repubblica (1876 al 1939 con alcune eccezioni nel 1885-1889 e 1919-1924).

[4]Fu voluto da Mitterrand per ammortizzare la prevedibile sconfitta del Partito Socialista e alleati.

[5] Ad esempio se il totale dei voti validi in un collegio corrisponde al 60% degli aventi diritto, la soglia minima da raggiungere sarà del 20,9%.

Ultimo aggiornamento (Venerdì 28 Aprile 2017 17:28)

 

Differenze tra Camera e Senato

In virtù della sentenza della Corte Costituzionale, quali sono le differenze tra Camera e Senato:
1) Alla Camera è previsto un premio di maggioranza (eventuale). Al Senato non esiste alcun premio.
2) Alla Camera è prevista una soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale. Al Senato, a livello regionale, la soglia è del 3% per i partiti appartenenti ad una coalizione che raggiunga il 20% dei voti validi, mentre per quelli non coalizzati la soglia è dell’8%.
3) Alla Camera non sono ammesse coalizioni, al Senato si.
4) Alla Camera sono ammesse due preferenze e rimane il capolista “bloccato” che si può candidare fino a 10 circoscrizioni. Se viene eletto in più circoscrizioni, verrà tirato a sorte quella in cui il candidato viene dichiarato eletto. Al Senato è ammessa una preferenza.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 13 Novembre 2017 10:22)