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Cruciverba di archivio elettorale

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Ultimo aggiornamento (Lunedì 04 Dicembre 2017 15:58)

 

Sistema elettorale 2018-2023

La nuova legge elettorale n. 165 del 3 novembre 2017, il cd. Rosatellum (dal nome del suo proponente, il parlamentare del Partito Democratico Ettore Rosato), disciplina l’elezione dei membri della Camera dei Deputati e del Senato. Sostituisce l’Italichellum (per la Camera dei Deputati) e il Consultellum (per il Senato)[1].

La riforma, è stata approvata in via definitiva dal Senato il 26 di ottobre. Hanno votato a favore: Partito Democratico, Forza Italia, Lega Nord, Alleanza Popolare e Alleanza lIberalpopolare-Autonomie. Hanno votato contro: Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Movimento Democratico Progressista e Fratelli d’Italia.

Si tratta di un sistema elettorale di tipo misto a meccanica indipendente (a componenti maggioritarie per il 36,83% e proporzionali per il 63,17%)[2]. Vediamo le sue principali caratteristiche.

DIMENSIONI DELLE CIRCOSCRIZIONI, LISTE E STRUTTURA DELLA VOTAZIONE

Il territorio nazionale è ripartito in circoscrizioni: 28 per la Camera e 20 per il Senato.

Ciascuna circoscrizione è suddivisa in collegi uninominali e plurinominali. Per la Camera sono previsti 232 collegi uninominali (comprensivi di 1 collegio uninominale in Valle d'Aosta e 6 collegi in Trentino Alto-Adige) ripartiti nelle 28 circoscrizioni in proporzione alla popolazione sulla base dell'ultimo censimento generale. I rimanenti collegi sono plurinominali e vengono costituiti dall’aggregazione di collegi uninominali contigui in modo tale da avere un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a otto di candidati proporzionali.

Per il Senato sono previsti 116 collegi uninominali (comprensivi di 1 collegio uninominale in Valle d'Aosta e 6 collegi uninominali in Trentino-Alto Adige), ripartiti nelle 20 circoscrizioni in proporzione alla popolazione sulla base dell'ultimo censimento generale. I rimanenti sono plurinominali e vengono costituiti dall’aggregazione di collegi uninominali contigui in modo tale da avere un numero di seggi non inferiore a due e non superiore a otto di candidati proporzionali.

Il Molise è suddiviso in 3 collegi uninominali: 2 per la Camera e 1 per il Senato.

Ciascun gruppo politico che intende presentarsi alle elezioni (sia alla Camera sia al Senato) deve depositare il proprio contrassegno e contestualmente deve presentare il programma elettorale, nel quale viene dichiarato il nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica.

Sia alla Camera sia al Senato i partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. I partiti in coalizione presentano candidati unitari nei collegi uninominali.

Sia alla Camera sia al Senato, in ogni collegio plurinominale, ciascuna lista è composta da candidati presentati in un determinato ordine numerico. Il numero dei candidati della lista non può essere inferiore alla metà, con arrotondamento all'unità superiore, dei seggi assegnati al collegio plurinominale e non può essere superiore al limite massimo di seggi assegnati al collegio plurinominale; in ogni caso il numero dei candidati non può essere inferiore a due né superiore a quattro.

Ciascuna lista per essere ammessa deve presentare candidature in almeno due terzi dei collegi plurinominali e in tutti i collegi uninominali dei collegi plurinominali. Sia alla Camera sia al Senato ciascuna lista deve essere sottoscritta da almeno 1.500 e da non più di 2.000 elettori iscritti nelle liste elettorali di comuni compresi nel medesimo collegio plurinominale o, in caso di collegio plurinominale compreso in un unico comune, iscritti nelle sezioni elettorali di tale collegio. Per le prime elezioni previste con la presente legge elettorale, il numero delle sottoscrizioni da raccogliere è ridotto alla metà. Per le liste presenti in Parlamento e costituitesi in gruppo politico in almeno una delle due camere a partire dal 15 aprile 2017 non è previsto l’obbligo di raccolta delle firme.

I capilista potranno candidarsi fino a 5 circoscrizioni oltre al collegio uninominale. Se un deputato è eletto in più collegi plurinominali, gli spetta il seggio nel collegio nel quale la lista a cui appartiene ha ottenuto la minore percentuale di voti validi rispetto al totale dei voti validi del collegio. Se un deputato è eletto in un collegio uninominale e in uno o più collegi plurinominali è considerato eletto nel collegio uninominale.

Riguardo la rappresentanza di genere, nei collegi plurinominali (sia di Camera sia di Senato) le liste devono presentare candidature alternate per genere. Per la Camera è previsto a livello nazionale che le candidature dei capilista nei collegi plurinominali di un genere non devono superare il 60% del totale.

Per la Camera è previsto a livello nazionale che le candidature nei collegi uninominali di un genere non devono superare il 60% del totale. Per il Senato le stesse norme si applicano a livello regionale. Quindi nei collegi plurinominali con due seggi da assegnare, i candidati del listino dovranno essere un uomo e una donna; con tre seggi, due uomini e una donna o due donne e un uomo; con quattro seggi, fino a tre uomini e una donna (o naturalmente l'inverso).

La scheda è unica e contiene il nome del candidato nel collegio uninominale e, per il collegio plurinominale, il contrassegno di ciascuna lista - o gruppi di liste, nel caso di loro collegamento in coalizione. L’elettore non ha la possibilità di esprimere preferenze né di disgiungere il voto. L’elettore dispone di un voto: se vota solo la lista che è collegata al candidato all’uninominale il voto si estende anche a quest’ultimo. Viceversa, se l’elettore vota solo il candidato all’uninominale il suo voto si estende anche alla lista da cui è appoggiato, mentre nel caso sia sostenuto da una coalizione sarà ripartito proporzionalmente in base ai voti ottenuti dalle varie liste nel collegio. È previsto espressamente che in caso di doppio segno sul rettangolo contenente un candidato nel collegio uninominale e sul rettangolo contenente una lista e i candidati nel collegio plurinominale il voto rimanga valido per ambedue i livelli (maggioritario e proporzionale).

ASSEGNAZIONE DEI SEGGI

Nei collegi uninominali vince il candidato che ottiene il maggior numero dei voti. Nei collegi plurinominali in primo luogo si verifica se la lista o la coalizione di liste apparentate abbiano superato le soglie di sbarramento per accedere all’assegnazione dei seggi. Sono previste varie soglie di sbarramento: il 3% dei voti validi a livello nazionale per i partiti che corrono da soli e il 10% per le coalizioni (all’interno delle quali almeno una lista deve raggiungere il 3% dei voti validi). Nel caso che la coalizione non raggiunga il 10%, ma una lista al suo interno raggiunge il 3% la medesima partecipa all’assegnazione proporzionale dei seggi. Per il Senato, lo sbarramento a livello nazionale rappresenta una novità storica. Tuttavia, per il Senato sono ammesse alla ripartizione dei seggi proporzionali le liste che ottengono, da sole o in coalizione, il 20% dei voti validi a livello regionale a prescindere dal raggiungimento delle soglie a livello nazionale. Inoltre, sia per Camera sia per il Senato i partiti che rappresentano minoranze linguistiche riconosciute (solo nelle regioni a statuto speciale) possono partecipare all’assegnazione proporzionale qualora si aggiudichino 2 collegi uninominali all’interno della circoscrizione oppure il 20% dei voti validi a livello regionale. Nel calcolo della soglia della coalizione, non sono considerati i partiti sotto l’1% dei voti (eccetto le minoranze linguistiche), mentre i voti dei partiti che superano l’1% ma non raggiungono il 3% rimarranno a beneficio della coalizione.

Poi viene calcolato il quoziente elettorale (ossia il totale dei voti espressi per le liste o dei voti trasferiti dai candidati nei collegi uninominali alle liste collegate) per il numero dei seggi da assegnare (per la Camera il calcolo del quoziente è a livello nazionale, per il Senato è a livello regionale). Dopodiché si assegnano i seggi ai partiti e alle coalizioni con il quoziente intero, mentre i seggi residui vengono assegnati in base ai resti più alti.

Nel caso che una lista prenda più seggi rispetto ai candidati che ha presentato, vengono considerati prima i candidati presentati in altre circoscrizioni plurinominali, poi i migliori perdenti nel collegio uninominale di riferimento o della circoscrizione stessa.

 


[1]Con la sentenza n. 35 del 25 gennaio 2017, la Corte Costituzionale si era pronunciata sull'Italicum (previsto per la Camera dei Deputati) dichiarandone una parziale illegittimità costituzionale. Mentre per il Senato si applicava la legge elettorale derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014 che aveva dichiarato parzialmente incostituzionale la legge Calderoli (cd. Porcellum). Italichellum, è un termine “macedonia” da me coniato che deriva dalla fusione di Italicum e Consultellum.

[2]Nei sistemi elettorali misti a meccanica indipendente (o a separazione completa) l’assegnazione dei seggi nella parte maggioritaria è indipendente da quella proporzionale e viceversa.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 20 Novembre 2017 21:26)

 

Cambi di gruppo nel Parlamento italiano

In questi giorni in Senato ben 3 senatori hanno abbandonato il proprio partito. Si tratta del presidente del Senato Pietro Grasso che ha abbandonato il Pd passando al gruppo misto, Roberto Calderoli che ha abbandonato la Lega passando al gruppo misto e Giovanni Piccoli che dopo aver lasciato Forza Italia vi rientra. A novembre 2017 si contano 234 cambi di gruppo al Senato e 299 alla Camera per un totale di 533.

Nella precedente legislatura (2008-2013) i cambi di gruppo erano mediamente di 4 al mese. Nell'attuale legislatura sono poco più che raddoppiati, passando a circa 10.

Fonte: Openpolis

Ultimo aggiornamento (Giovedì 16 Novembre 2017 18:18)

 

Spiegazione pratica del Rosatellum

Esempio pratico: supponiamo che in un collegio uninominale si presenti un candidato appartenente a Forza Italia e che sia sostenuto dai seguenti partiti: Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Partito Pensionati, Movimento Direzione Italia. Supponiamo che su 1000 elettori  di centro destra 400 votino il candidato di Forza Italia, mentre gli altri 600 votino come segue: 260 FI, 240 Lega, 80 FdI, 5 Direzione Italia, 15 Partito Pensionati.

Al candidato di FI spettano 1000 voti, mentre i 400 voti che ha ottenuto si ripartiscono tra le liste in proporzione ai voti ottenuti. Per cui a FI (260 voti ottenuti pari al 26%) spettano (260+il 26% di 400) 364 voti, alla Lega (240 voti ottenuti pari al 24%) spettano (190+il 24% di 400) 286 voti, a FdI (80 voti ottenuti pari al 8%) spettano (100+l’8% di 400) 132 voti, a Direzione Italia (15 voti ottenuti pari al 1,5%) spettano (15+l’1,5% di 400) 21 voti, al Partito Pensionati (5 voti ottenuti pari allo 0,5%) spettano (5+lo 0,5% di 400) 7 voti.

Pertanto, un elettore della Lega o di Fratelli d’Italia che non gradisce il candidato di Forza Italia vede i suoi voti trasferiti automaticamente al candidato in proporzione ai voti ottenuti dalle liste collegate al medesimo. Anche gli elettori del candidato di Forza Italia che non gradiscono votare Lega Nord, sarebbero costretti a subire il trasferimento dei loro voti a questo partito in proporzione ai voti ricevuti. Appare evidente che la scelta effettiva dell’elettore non sarebbe del tutto rispettata.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 15 Novembre 2017 11:00)

 

Referendum sull'indipendenza della Catalogna 2017

Il governo regionale della Catalogna ha indetto il 1 ottobre un referendum sull’indipendenza della Catalogna dal regno di Spagna.

Nel giugno del 2017 il governo catalano ha fatto richiesta di referendum la quale è stata approvata il 6 settembre 2017 con una legge dal parlamento catalano con 72 voti a favore (Uniti per il Sì e Candidatura di Unità Popolare), 11 astenuti (Catalogna Sì è Possibile) e nessun voto contrario, mentre i partiti d’opposizione (Partito Popolare, Partito Socialista di Catalogna e Cittadini) contrari all’indipendenza non hanno partecipato al voto. La legge è stata controfirmata dal presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont (del partito Convergenza per la Catalogna). La legge prevede che l'indipendenza sarebbe vincolante anche senza un quorum di partecipazione.

Il Tribunale Costituzionale ha sospeso il referendum su richiesta urgente del governo del regno di Spagna (guidato da Mariano Rajoy del Partito Popolare) che ha chiesto l’annullamento della legge istitutiva del referendum in base al principio dell’indissolubilità e indivisibilità dello Stato sancita dall’articolo 2 della Costituzione. Inoltre, la Procura generale spagnola ha denunciato le autorità catalane di disobbedienza e prevaricazione ed ha ordinato il sequestro di tutto il materiale elettorale. La polizia spagnola ha proceduto all’arresto del vicepresidente della Generalitat de Catalunya e di importanti funzionari regionali. I manifestanti hanno opposto una pacifica resistenza e alcuni di essi sono stati feriti in seguito a scontri con le forze dell’ordine. Da rilevare che il Mossos (polizia regionale catalana) non ha eseguito gli ordini dello Stato centrale spagnolo.

Il quesito del referendum in base alle legge catalana istitutiva del referendum è stato il seguente:

“Voleu que Catalunya sigui un estat indipendente en forma de República?” (“Vuoi che la Catalogna sia una Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”)

Risultati del referendum

voti in valori assoluti

% voti

 

Favorevoli all’indipendenza

2.020.144

91,96

 

Contrari all’indipendenza

176.565

8,04

 

Voti validi

2.196.709

100,00

 

Elettori

Votanti

Votanti in %

Voti validi in %

Schede non valide

Schede non valide in %

5.343.358

2.262.424

42,34

41,11

65.715

1,23

La situazione politico-istituzionale spagnola è gravissima in cui l’aspetto prevalente che emerge agli occhi dell’opinione pubblica, al di là delle questioni giuridiche, è l’atteggiamento pesantemente repressivo del governo centrale spagnolo nei confronti dei cittadini catalani che pacificamente volevano esprimere la loro opinione attraverso il principale strumento dei regimi democratici, ossia il voto. Saremo come sempre curiosi di vedere il seguito che, rebus sic stantibus, appare tutt’altro che roseo. Sarà auspicabile che le rispettive élites spagnola e catalana, magari con la mediazione dell’UE, trovino un accordo per un uscita consensuale. La catalexit appare un processo irreversibile.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 02 Ottobre 2017 21:32)